Francesca Scoppelitti, in ricordo di Enzo Tortora - Bagni di Lucca notizie - Bagni di Lucca on line

Vai ai contenuti

Menu principale:

Francesca Scoppelitti, in ricordo di Enzo Tortora

Bagni di Lucca on line
Pubblicato da in Cultura ·
BAGNI DI LUCCA – Superata la lezione del caso Tortora? Risolte le questioni dell’ingiusta detenzione, dei drammi che provocano gravi abbagli e atteggiamenti sbagliati da parte dei magistrati? Niente affatto, come dimostra anche un trasmissione di Rai3 che parla dei tanti casi che continuano a verificarsi. Il tema insomma è ancora caldissimo, nonostante siano passati oltre 30 anni dalla vicenda dell’arresto del giornalista-presentatore Enzo Tortora, il quale, come si ricorderà, fu accusato – innocente – da pentiti della camorra e mitomani che gli attribuivano nefandezze di ogni genere.
Per parlare di quella vicenda che sconvolse e divise l’Italia, a porre con forza le questioni non risolte nell’amministrazione della giustizia e nel campo della dignità della persona, a partire dalla sua libertà, arriva l’incontro con Francesca Scopelliti, compagna del giornalista, che a Bagni di Lucca sabato 4 marzo presenterà il libro edito in collaborazione con la Fondazione Enzo Tortora e l’Unione delle Camere Penali. Del libro, dal titolo “Enzo Tortora, lettere a Francesca”, si parleranno alle 21 – nella sala Rosa del Circolo dei Forestieri di Bagni di Lucca – l’autrice insieme al titolare della libreria Shelley House ed editore Luca Guidi e al giornalista Marco Innocenti. Nel volume sono raccolte non solo le lettere scritte dal carcere dal presentatore, ma anche i documenti sulla incredibile vicenda giudiziaria, i commenti di giornalisti e scrittori, passi delle lettere ai giornali dei lettori giustizialisti, poi smentiti dalla sentenza definitiva.
La pubblicazione invita a riflettere con forza sulle questioni della dignità dell’imputato, della tutela della libertà individuale, delle lacune della procedura penale, della situazione delle carceri e della responsabilità civile dei magistrati.
Alla fine del suo calvario, Tortora – arrestato nel 1983, a lungo detenuto in attesa di giudizio, condannato a Napoli in primo grado a 10 anni, nel 1985, e assolto con formula piena nel 1986, in appello – riuscì per un anno a tornare a condurre in Tv il suo azzeccatissimo programma “Portobello”, prima di essere ucciso da un cancro al polmone contratto nel periodo della carcerazione. La testimonianza che lascia ancora oggi scuote e angoscia, anche per le condizioni della vita dietro le sbarre (sette persone in una cella di undici metri quadri, impossibilità di riposare con le Tv sempre accese, un’ora d’aria nel cortile, giornata finita alle 15 con il rientro in cella, posta in arrivo e in partenza ispezionata e violata, così come pacchi e alimenti, condizioni igieniche e ambientali malsane e disastrose) che, da allora, non pare molto migliorata.
Nelle lettere il giornalista, distrutto, malato, ma deciso a combattere, annuncia la sua battaglia per affermare la verità e l’innocenza contro le tesi precostituite e i teoremi di inquirenti che sembrano voler credere solo a pentiti e mitomani inaffidabili, ostinati nel condurre una sorta di guerra contro quello che Tortora definisce ”un bersaglio di Stato”. Colpiscono anche, nelle lettere, gli sprezzanti, ma non immovati giudizi nei confronti di larga parte dei giornalisti, troppo acriticamente tifosi delle tesi dell’accusa. Con poche eccezioni, come quelle di Enzo Biagi, Vittorio Feltri e altri firmatari di un appello pro-Tortora, osteggiati e irrisi da buona parte dei colleghi.
Nelle lettere il giornalista, che annuncia (e farà) querele contro colleghi e testate che vendono per oro colato le tesi dell’accusa, si dilunga con amarezza anche sui fotografi sui tetti, che cercano di riprenderlo nel cortile del carcere, e dei paparazzi che arrivano a fotografare la madre mentre prega per il figlio, in chiesa.
Dal carcere Tortora assicura che porterà avanti una battaglia non solo per la sua personale vicenda, ma per tutte le vittime – come lui – di un sistema di giustizia e di carcerazione che non tiene conto della dignità umana.
“Da qui uscirà una belva lucidissima”, scrive. E in un’altra lettera aggiunge: “Solo i bambini, i pazzi e i magistrati non rispondono dei loro crimini”. Per il giornalista si tratta di un “potere tremendo, inumano in democrazia”. Colpisce, nel libro, anche un lungo articolo di Vittorio Feltri che su “La Domenica del Corriere” racconta il clima da stadio al processo di primo grado, in cui tanti giornalisti esultano per la condanna. “Criminali della penna, analfabeti della vita, irresponsabili, folli” li definisce il presentatore di Portobello, scagionato da ogni accusa in appello e poi dalla Cassazione che respinge il ricorso della Procura.



Torna ai contenuti | Torna al menu